La paura è lo strumento di controllo politico e sociale più potente che esista. Una società timorosa è vulnerabile, fragile, facilmente malleabile e pronta ad affidarsi a chiunque le offra l’anelata sicurezza, anche a costo di perdere alcune libertà individuali e collettive.
Le conseguenze di questa svendita di libertà e di diritti umani in favore della sicurezza e della tranquillità possono essere fortemente negative e significare un punto di non ritorno per la democrazia liberale, così come la conosciamo, e per la libertà stessa dei cittadini:
“La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza.” Così nel suo libro ‘1984’, George Orwell riassume e ci consegna la chiave di lettura che ci permette di capire qual’è la motivazione che porta alcuni politici e governanti, con la complicità dei media, a scegliere la politica della paura come strumento di controllo della società.
In uno stato governato dalla paura i poteri pubblici divengono i guardiani della patria, ovvero gli unici in grado di garantire la pace e la tranquillità desiderata dagli individui. Ma perché mai i poteri politici hanno questo interesse a governare Stati impauriti? Qual’è la vera motivazione che c’è dietro a questa perversa strategia?
Se in passato gli Stati erano gli incaricati di gestire il territorio, le sue frontiere e di fare la guerra per garantire la pace all’interno del proprio dominio, nella società contemporanea queste funzioni non sono più richieste (o non come una volta), e i poteri pubblici devono trovare altre funzioni che giustifichino la loro posizione privilegiata e la loro responsabilità/servizio nei confronti dei cittadini/elettori. Questo comporta che, oggi, il patto tra elettori e governanti si basi sulla sicurezza, intesa nel senso più ampio. La sicurezza, infatti, riguarda svariati ambiti della vita pubblica: davanti alla paura della disoccupazione lo Stato risponde con aiuti economici e fiscali (sussidio di dissocupazione); alla paura per il futuro lavorativo risponde invece con scuole, università e centri di formazione; alla paura della malattia risponde con ospedali e centri medici; alla delinquenza con un sistema di polizia; al terrorismo con i militari; ma non solo, anche aspetti più astratti come la paura di perdere i principi morali e tradizionali di una società sono combattuti ad esempio con provvedimenti contro la prostituzione nelle strade, oppure non dando spazio alle diversità culturali, di genere, di religione, di origine, ecc. che rischiano di mettere in discussione la stabilità conservatrice della comunità.
Una parte considerevole di queste paure/richieste (ad esempio l’educazione, la sanità, la sicurezza nelle strade, ecc) sono oramai considerate vitali ed essenziali per i cittadini della maggior parte del cosiddetto “Occidente” e sono alla base dello stato del Welfare. Sistema questo che ha saputo interpretare le necessità degli individui e proporre un pacchetto assistenziale di non poco valore. Altre necessità/paure, invece, sono state create oppure amplificate da parte di chi si ritrova a governare uno Stato con l’obiettivo, in modo più o meno consapevole, di dover giustificare il proprio ruolo di amministratore e rappresentante del popolo davanti all’opinione pubblica. Questi tipi di paure, come ad esempio le paura del “diverso” o quella del terrorismo islamista, a differenza di quelle ‘risolte’ dal sistema del welfare, rappresentano una minaccia più difficilmente verificabile e hanno in molti casi l’obiettivo ultimo di indebolire la società per renderla più controllabile ed influenzabile.
I rischi per la democrazia e le libertà individuali e collettive di questa politica della paura e del controllo sono però alti e da non sottovalutare. Nel momento in cui la paura si insinua tra la popolazione e si consolida come parte integrante della quotidianità, la società diventa inevitabilmente vulnerabile, debole e pronta ad accettare in modo acritico e ingenuo qualsiasi azione venga compiuta in nome della sicurezza, qualsiasi sia il metodo utilizzato per arrivarci (“Il fine giustifica i mezzi” Machiavelli). Così le leggi che fino a al momento sostenevano lo Stato di diritto e la democrazia liberale, non sono più percepite in grado di garantire la sicurezza. Le nuove minacce, più o meno reali, finiscono per giustificare leggi speciali e gli stati di emergenza, che rispondono per lo più ad interessi particolaristi e partitici, mettendo in pericolo le fondamenta della democrazia.
La divisione dei poteri dello Stato viene meno. Il potere esecutivo giustifica la sua maggiore necessità di legiferare mediante poteri speciali per riuscire a salvaguardare così il cittadino, eliminando le prerogative ritenute fino al momento esclusive del potere legislativo. Nei confronti del potere giudiziario invece, il potere esecutivo riesce ad incrementare la sua capacità d’influenza, autoproclamandosi come la voce del popolo, come colui che è riuscito ad interpretare i bisogni e le richieste (di maggior sicurezza) dei cittadini.
Contrastare la politica della paura non è affatto facile visto che si compete nell’ambito delle emozioni ed in particolare su quella che tra tutte riesce meglio a scuotere e sottomettere la razionalità umana: la paura. Siamo tutti chiamati ad essere difensori delle libertà individuali e collettive: politica, cittadini e media.
Per combattere questo mostro che assedia i nostri stati di diritto e le libertà conquistate dalle generazioni che ci hanno preceduto bisogna tenere ben presenti i pilastri che sostengono le nostre società e i nostri sistemi politici e democratici. Il nostro ruolo di cittadini responsabili, informati, critici e lucidi deve essere per fino amplificato. Il buon senso e la professionalità di quelli che sono a carico della diffusione dell’informazione devono combattere gli interessi particolari e le visioni soggettive e non veritiere della realtà.
E nel caso ci scoraggiassimo ricordiamoci le celebri e ricorrenti parole di Giovanni Falcone: ‘chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola’, e non facciamoci intimorire da discorsi privi di senso e lontani dalla realtà che hanno come obiettivo ultimo sottomettere i cittadini per riuscire così ad influenzarli e controllarli.
Foto della copertina de “Il Giornale” del 22 luglio 2011. Il titolo ‘Sono sempre loro. ci attaccano’ fa riferimento alla strage perpetrata nel centro di Oslo e subito attribuita da molti media ed opinionisti internazionali al terrorismo di Al-Qaida. Poche ore dopo è stato verificato che l’attentato non riguardava il terrorismo islamista ma era invece stato compiuto da un ragazzo norvegese di estrema destra. Questa immagine è solo un esempio visivo che ci permette evidenziare quanto possa essere molte volte infondata ed irriverente, oltre che interessata e faziosa questa politica della paura.


E’ un bel post, anche perché si tratta di un argomento di indubbia attualità, che va sviscerato e analizzato.
E’ sconfortante, per certi aspetti, constatare come ancora oggi una certa politica faccia affidamento su questi meccanismi che sono “arcaici”: da sempre la paura e la sindrome da accerchiamento sono state le migliori alleate dei regimi autocratici. Quando infatti l’economia in un Paese cominciava ad andar male, o rischiava di aumentare oltre una certa soglia di sicurezza il malcontento popolare, il dittatore di turno o il sovrano dell’Ancien Régime trovavano un nemico contro cui indirizzare le paure e la rabbia della società. E il nemico poteva essere esterno – una nazione tradizionalmente rivale, per esempio, contro la quale muovere guerra – oppure interno (gli Ugonotti, gli Ebrei, e ora i Rom, ecc.).
D’accordo, in passato andava così, e succede così anche in molti Stati autocratici di oggi; è però triste accorgersi che anche le nostre moderne democrazie fanno ricorso al “sistema della paura”.
La “leva della paura”, come giustamente scrivi, serve di solito a rafforzare i poteri dell’Esecutivo. Uno dei sistemi coi quali si vuole potenziare l’idea di “governabilità” è proprio il ricorso continuo agli “stati di emergenza”; in Italia in alcuni casi i problemi non li si affronta se non quando sono diventati “emergenze”, e questo consente al potere esecutivo, centrale o locale, di agire con provvedimenti e decreti di urgenza, che spesso sospendono le normali regole e garanzie amministrative (tipico il ricorso a “commissari straordinari”).
Dato il ripetersi di tali situazioni, non credo si tratti di un puro caso. E’ un modo di agire, che serve a “snellire” le procedure, in apparenza (così viene presentata la cosa all’opinione pubblica), ma in realtà serve a liberare le mani degli esecutivi a livello centrale e locale, aumentando il raggio del potere discrezionale di quegli organi e di conseguenza (come si è visto in alcune situazioni) i rischi di irregolarità nelle procedure, se non peggio…
L’emergenza è insomma un comodo pretesto, e saper suscitare al momento opportuno “situazioni di crisi”, davanti alle quali l’opinione pubblica debba invocare “interventi d’emergenza”, è purtroppo una delle “abilità” di certi settori del sistema politico.
Mi sembra anche opportuno che nel tuo articolo tu definisca in termini ampi il concetto di “sicurezza”, non legandolo unicamente alla questione dell’ordine pubblico.
L’esempio di quella pagina del “Giornale”, che riporti alla fine del post, è importante ed emblematico. Ancor prima di sapere com’erano andate realmente le cose (chi fosse il colpevole della strage di Oslo), un giornale “decide” di indicare il colpevole che più gli fa comodo, data la sua linea editoriale. Previene la realtà, cercando di indirizzarla secondo i propri desideri, suscitando le paure che politicamente sente conveniente suscitare (la paura verso l’Islam, ecc.).
Non si tratta più di informazione, ovviamente, ma di ideologia che cerca, fino ai limiti del possibile, di utilizzare i dati più dolorosi e drammatici della realtà (in questo caso, una strage!) per dare forza alle proprie tesi preconcette.
Ovviamente questo caso non è l’unico, né è un solo organo di stampa a regolarsi in questo modo: se così non fosse, l’esempio non sarebbe rappresentativo di una situazione generale.
Forse è giunto il momento di insistere sulla scorrettezza di questo uso politicamente sconsiderato (e ormai retrogrado, a mio parere) delle paure. Ecco perché il tuo post merita plauso. La politica, in democrazia, deve assumersi un ruolo maturo, e abbandonare – e anzi denunciare, laddove necessario – queste furbesche e subdole “scorciatoie” argomentative, e questi sistemi rozzi di comunicazione; anche perché da una comunicazione così scorretta non può scaturire di certo un’azione politica “virtuosa”, autorevole e credibile.